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Qual è la tua sensazione riguardo questa sorta di conflitto tra Francia e Stati Uniti per ciò che riguarda l’house? Hai degli amici e dei nemici?
All’inizio usavamo questo slogan: “Time to change the world”, perché avevamo voglia di cambiare le regole dell’house music e ciò che succedeva nel club. Il feeling era quindi quello di riuscire a ricostruire questo spirito, per avvicinare la realtà del club e la realtà dei battle, dei workshop, degli allenamenti. Oggi sono contento del risultato ottenuto, siamo riusciti infatti a legare la nuova e la vecchia generazione: Kapela, Malcolm, Franquoi e tutta la generazione che arriva dopo Yugson, Physs… Sono contento perché siamo riusciti a cambiare questa sensazione; se prima si trattava di ballare “contro” le persone, ora si tratta di ballare “con” le persone.

Qual è il vero cambiamento portato dai Serial Stepperz?
Esso è avvenuto per stabilire finalmente la differenza tra battle, club e crew. Siamo riusciti a portare lo stato d’animo che hanno i bboy nell’house, un sentimento di calore che troviamo nel club, la sensazione di “share love” che i battle solitamente non hanno. La nostra intenzione non era, infatti, cambiare lo stato d’animo combattivo dei battle che anche nel club restano duri, ma che dopo l’esibizione non portano a rovinare davvero i rapporti. Restano quindi due universi separati ed è questo il vero cambiamento, per me.

Per questa ragione il Cercle Underground ha questo spirito?
Certo, è per questo che siamo eterogenei, Hagson ch’è un Bboy, Ibrahim più nell’ombra ed io che ho lo spirito delle battle, di una crew combattente. Diventiamo come dobbiamo essere in quel momento. Spesso la gente confonde lo stato d’animo che abbiamo durante il workshop con quello che abbiamo nei battle, ma i battle sono fatti per essere vinti, lì deve uscire il “fighting spirit”, “only for the winner, fighting spirit”.

Quando avete celebrato il vostro 20esimo anniversario, il ministro Filippetti era dietro le quinte e vi ha ringraziati, perché avete dato molto alla cultura francese. Quello che vi ha fatto è un grande dono, perché ha riconosciuto il valore dell’hip-hop.
Ci catalogano nell’universo dei battle, ma in realtà noi facciamo altro: creiamo, facciamo formazione, organizziamo, siamo presenti nella cultura hip-hop francese. Il fatto che il ministro abbia riconosciuto la nostra identità è importante per far presente tutto questo a tutte le realtà, non solo a quella legata alla cultura hip-hop, ma anche al mondo istituzionale, etc. Per noi questa è la consacrazione di quanto siamo riusciti a fare; abbiamo infatti rotto i codici di una realtà che veniva dalla strada e che è finalmente davanti agli occhi del grande pubblico, che la vuole sentire e conoscere. Per me, comunque, una frase come “rispetto ciò che hai fatto” ha lo stesso valore sia che mi venga detta dal ministro, da mia madre o da un mio compagno. È una cosa, insomma, che è davanti agli occhi di tutti.

Voi siete francesi, cosa vi distingue dagli altri?
É lo spirito; la cultura è diversa, gli USA sono diversi, il Giappone è diverso, la Francia non è migliore ma è speciale. Ci sono persone che vogliono emergere, in Francia un sacco di persone vogliono essere il numero uno, ma dato che ci può essere solo un numero uno e non due, ecco che la competizione è così dura. Rispetto tutti i paesi ma io, ovvio, ho cominciato in Francia e per me questa nazione resta la numero uno in tutti i sensi, soprattutto per quanto riguarda lo spirito competitivo.

Che tipo di sentimenti provi verso ballerini di altri paesi?
Per me cronologicamente ci sono prima gli Stati Uniti, il Giappone, la Francia e poi il resto. I pionieri sono assolutamente Marjory e Caleaf, dopodiché Hiro e Tatsuo. È vero che gli americani sono venuti prima, ma i veri pionieri per me sono i giapponesi. Tatsuo è colui che mi ha ispirato e contro di lui non ho mai, mai, mai vinto, per questo motivo ho sempre voglia di tornare e battermi con di lui, perché voglio vincere e questo mi spinge a lavorare ancora di più. D’altra parte ho rispetto per tutti i dancers che sfido, come un pugile che ha rispetto del suo avversario ed è sul ring per dare il meglio di se stesso. Giappone, Stati Uniti ed ora Russia, Italia: al giorno d’oggi, come livello, tutto il mondo è simile.
Giappone, USA ed ora Russia, poi Italia. Al giorno d’oggi, come livello, tutto il mondo è simile.

Cosa manca a tuo avviso? Più battle?
No, i battle servono a me per superare i miei limiti, non per farmi contattare dalla gente ed avermi come ospite. Amo la formazione ed essendo originario dell’Africa, ho come obiettivo quello di spingere l’Africa, come abbiamo spinto la Francia in questi anni.
Abbiamo dato tanto alla Francia, siamo diventati un modello, come i Dance Fusion ed altri gruppi, che oggi sono al top nel mondo. Ma oggi ho bisogno di far entrare l’Africa nelle competizioni. A Street Fighters non ci sono gruppi africani, nemmeno uno ed è questo che personalmente sento di aver bisogno di fare.

È difficile educare i giovani, vi è una chiave o un segreto?
È necessaria la trasmissione dei valori della vita, della danza, dell’hip-hop.
I workshop non sono trasmissione di sapere, durano 90 minuti ed in 90 minuti si può trasmettere qualche tecnica, le persone comprano 90 minuti di tecnica.
La trasmissione invece è un processo lungo, può durare anche due anni. Il segreto della trasmissione è quello di conoscere una persona e di rispettarla umanamente.

Chi ti da maggiori soddisfazioni? I tuoi allievi o la tua crew?
Per me sono uguali ed entrambi importanti. Perciò personalmente devo ringraziare i Wanted. Senza di loro non ci sarei io e senza di me non ci sarebbero altri. Tutto è combinato ed incatenato, crew e studenti sono collegati, sono la stessa cosa. È veramente importante essere soddisfatti di entrambi, perché un giorno il tuo studente potrebbe diventare uno della tua squadra. Kapela all’inizio era un amico, poi è entrato a far parte della mia crew. All’inizio anch’io ero uno studente di Yugson, poi ho cominciato a ballare con lui.

C’è qualcosa che non faresti più se potessi tornare indietro?
Mi ferisce l’irriconoscenza, ci sono cose che non regalerei più allo stesso modo. Anche se si dice che non si deve rimpiangere nulla, io rimpiango di aver messo troppo cuore in certe cose. Alla fine il tempo che dedichi alla danza è qualcosa che merita molto rispetto. Se potessi cancellare qualcosa, non darei più il tempo che ho dato a certe persone.

In questo tipo di cose l’errore proviene dall’altra persona. C’è qualcosa che pensi di aver fatto male?
No, è questo. Ho sbagliato a dare il mio tempo a queste persone.

Un suggerimento che vorresti dare ai ballerini?
Crederci. Non lasciarsi dissuadere; non significa non ascoltare le persone ed i maestri, significa darsi i mezzi per riuscire a raggiungere i propri scopi. C’è chi ci arriverà facilmente, chi non ci arriverà mai, ma l’importante è che si siano dati i mezzi giusti, per non avere niente da rimproverarsi in futuro. La cosa più brutta è avere dei rimorsi; per rimorsi intendo non essere arrivati alla fine delle cose, averci provato una volta, aver sbagliato ed aver mollato tutto. Alcune persone sono e fanno così. Poi, essere veramente se stessi; una cosa è quello che mostriamo di noi, sui social network, un’altra è chi siamo davvero nella vita. Se mostriamo chi siamo nella danza si noterà subito.

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