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Come ti sei avvicinato al Krump?
Per caso: ero a casa, impegnato a cercare film sulla danza, fra questi trovai “Rize, alzati e balla” di David laChapelle. Non sapevo di cosa si trattasse, pensavo fosse un film di ballo come tanti altri, invece era un vero e proprio documentario sul krump. Appena lo vidi impazzii e mi misi a ballare come un pazzo in salotto, senza sapere quello che stavo facendo!

Cosa ti affascina di questa cultura?
Molte cose, è una danza profonda, piena di sentimenti e forti emozioni, mi affascina il modo in cui ci si può esprimere, raccontare una storia e condividerla con gli altri. C’è un grande supporto fra il ballerino e chi gli sta intorno. Si crea un’esplosione di energia e spiritualità che va oltre il solito freestyle che siamo abituati a vedere, è qualcosa di mentale, oltre che fisico, c’è molto lavoro dietro e non è una danza aggressiva come può sembrare. Anzi, tutta la potenza che produciamo nei nostri rounds la mettiamo per qualcosa di giusto, il nostro è un messaggio positivo, ma che viene dalla pancia, dal profondo. È un grande aiuto! Personalmente la reputo uno sfogo per mantenermi in riga!

È stato difficile entrare in un gruppo che dall’esterno sembra essere così chiuso e di nicchia?
È stato faticoso! Ho iniziato da autodidatta tramite youtube, quando ho potuto sono andato all’estero per scoprire di più e studiare con i pionieri. Il krump può sembrare strano per chi lo vede dall’esterno semplicemente perché esce un po’ dalla normalità, ma in realtà quando ci sei dentro capisci quanto amore e dedizione ci sia in questo movimento!

Chi ti ha dato il nome Baby Gritchka?
Il mio Big Homie Grichka; nel krump le crew si chiamano family ed ogni componente prende il nome di chi crea la famiglia.
Chi la crea è come se desse i gradi ai membri (nel mio caso è Baby) ed è quello che allena tutti. Ogni krumper può avere una sua famiglia, ma questa non è solo un gruppo per crescere od una situazione dove ballare, quanto un gruppo con cui condividere risate, gioie, dolori. Ci si vuole bene, si condivide la stessa casa, il cibo, come fa una vera famiglia!

Com’è la situazione del Krump in Italia?
Particolare: è molto faticoso farlo crescere perché è una cultura nuova ed è difficile portare qui qualcosa di così diverso.
Per fortuna non sono solo, ci sono altri krumper sparsi per il Paese, col tempo ci siamo notati e abbiamo formato l’I.K. Movement (Italian Krump Movement), formato da ballerini krump italiani con l’obiettivo di farlo conoscere, raggruppare ballerini e far avvicinare gli appassionati. Siamo gli unici qui in Italia, non siamo molti ma piano piano, anche se è dura, ci stiamo riuscendo!

Cosa si potrebbe fare per far conoscere di più il Krump ai “profani”?
Bella domanda. Alcuni di noi tengono dei corsi, workshops etc., facciamo quello che le nostre possibilità ci permettono di fare, il fatto è che ancora questa cultura non ha penetrato il “cuore” di molti italiani, ma già vedo che qualcosa sta iniziando a muoversi. Il percorso sarà in salita, magari non così veloce come ci aspettiamo, ma vedo buone possibilità per l’Italia. Dipende tutto da noi e nel nostro piccolo ci stiamo muovendo.

Che cosa ha significato per te vincere l’SDK?
Una gran soddisfazione per tutti questi anni di allenamento, di viaggi e sacrifici! Portare l’Italia a vincere un grandissimo evento come lo Street Dance Kemp significa molto. È stata un grandissima emozione e spero che questo sia solo uno dei primi traguardi per il nostro Paese. L’Italia ha bisogno di una cultura rivoluzionaria come il krump e noi siamo qui per questo!

 

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