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Dando uno sguardo alla nostra cosiddetta cultura della danza urbana potremmo chiederci qual è la ragione della sua continua crescita negli ultimi 30 anni. È risaputo che all’inizio abbiamo assistito ad un grosso problema di sfruttamento. Come prima cosa, all’inizio degli anni ottanta, i media hanno accomunato lo stile di ballo dei bboys ad altre forme di ballo, sotto l’unico termine di “breakdance”. Un fatto che ha generato disinformazione e ha dato alle giovani generazioni di tutto il mondo un’immagine sbagliata. Conseguentemente abbiamo avuto a che fare con le potenti case discografiche ed i mass media, che si sono focalizzati su altri stereotipi sbagliati legati all’hip-hop, come i gangster, i soldi come forza imbattibile e le immagini degradanti della donna, considerata utile ad un solo scopo. La cultura stessa si basava su forti pilastri e cresceva costantemente. Le persone coinvolte conoscevano la questione e continuavano a lottare. Quindi, qual è la questione? Qual è il motivo che mi spinge a scrivere questo articolo in questo esatto momento? Quali sono questi pilastri? Siamo minacciati da quello che succede a tutto ciò che diventa grande troppo in fretta. Inoltre, i social network ed il fatto che il concetto di “urbano” sia di moda hanno incrementato ulteriormente il problema.

Questa volta siamo coinvolti direttamente e non ci sarà nessun altro a cui dare la colpa per quello che succede. La maggior parte degli old school incoraggia l’idea dell’essere più socievoli agli eventi, perché questo è l’ingrediente più importante della nostra cultura ed io voglio sottolineare questo concetto, inviando ulteriori segnali in questa direzione. Per far capire perché questo è così importante.

Marshall McLuhan ha esposto già quarant’anni fa come il “tribalismo” possa diventare il nuovo razzismo. McLuhan descrive una tribù come una sorta di legame di solidarietà verso chi è simile a te, per aggredire le persone che invece sono differenti. Il tribalismo implica una mentalità nella quale ognuno pensa di sapere come sono gli altri senza nemmeno conoscerli e fa affidamento solo su alcune fantasie inquiete. Le persone giungono a conclusioni affrettate, perché viene a mancare la prima esperienza diretta.

La gente va contro gli altri per consolidare la propria identità. Si tende più a percepire le differenze che a notare le somiglianze.

Se non fosse abbastanza, le crew che si comportano in questo modo non vogliono frequentare altre crew. E così adesso vedo poppers che ballano solo poppin’, breakers che ballano solo breakin’, ballerini di house che frequentano solo altri ballerini di house e ballano solo musica house e lockers che ballano solo quando il loro funk esce dalle casse.

Ogni giorno vengono creati nuovi gruppi sui social network, dove le persone sono tutte insieme ed allo stesso tempo sole di fronte ad uno schermo, facendo attenzione unicamente a ciò che è coerente coi loro interessi. L’elenco potrebbe andare avanti.

La nostra cultura cresce, ma cresce divisa. Vedo sempre più persone che usano il proprio sapere in fatto di ballo solo per dimostrare superiorità, cosa che crea un “effetto Silo” che è la miglior ricetta per ottenere una bassa produttività. Questo effetto compare quando le persone accumulano informazioni vitali per il loro vantaggio personale senza trasmetterle agli altri, o perché sono preoccupate che queste potrebbero essere usate contro di loro e pensano che un giorno potranno trarre vantaggio tramite queste, o semplicemente perché non vogliono che nessun’altro migliori, a causa dell’invidia dettata da questi odiosi confronti. Proprio come a metà anni ottanta, quando nessuno voleva spiegare le proprie moves agli altri. Le persone avevano smesso di mostrare qualsiasi cosa perché temevano che gli altri le copiassero facendole proprie. Altri nascondevano i video o non passavano le informazioni, per riuscire loro stessi ad emergere nel creare un nuovo movimento. Il risultato fu che mentre il bboyin’ e il poppin’ venivano eseguiti molto velocemente, gli altri stili che erano stati maggiormente condivisi li sorpassarono in popolarità.

Solo quando pochi individui realizzarono di avere bisogno di cooperazione il ballo ricominciò a crescere e questa volta la cooperazione diventò una tecnica ereditaria della crescente cultura hip-hop.

La nostra cultura urbana e l’importanza della collaborazione.

Per poter scoprire ed imparare di più sulla tecnica della cooperazione ho letto il libro Together (Insieme) di Richard Sennet. Egli afferma: “La cooperazione può essere definita come uno scambio, nel quale tutti i partecipanti traggono beneficio dall’incontro, per poter portare a termine ciò che non riescono a fare da soli. Bisogna trattarla come una capacità che emerge dalla attività pratica”.

Nella vita dei club degli anni ottanta e novanta questo era il pane quotidiano. La gente ballava dentro al cerchio e si guardava a vicenda per crescere insieme. Non importava quale musica venisse trasmessa e qualche stile si ballasse; l’empatia era l’ingrediente chiave che piantava il seme della socialità. Questa è la tecnica del “far succedere qualcosa”.

Ma spostando il concetto dai club, questo diventa ancora più importante quando qualcuno vuole costruirsi un mestiere. Il condividere con gli altri compensa quello di cui si potrebbe avere carenza individualmente. Una persona compensa il lavoro attraverso la divisione: un gruppo diventa potente quando ogni componente esegue separatamente un piccolo compito.

In passato le crew si univano perché ogni ballerino sapeva solo due o tre moves. In una battaglia volevi avere una riserva sufficiente dalla tua parte, per questo reclutavi le persone di cui avevi bisogno per poter dare il meglio.

 

Il mio ragionamento non è fondato sulla nostalgia di quel magico passato, nel quale le cose sembravano funzionare decisamente meglio. Quello che sto dicendo è semplicemente che non dovremmo svilupparci in isolamento.

Diamo un’occhiata a quella che era la vita nel Bronx allora. Le strade piene di spazzatura, con case distrutte in cui la gente cresceva rappresentavano il caos, che però non è stato né eliminato né negato. Infatti gli abitanti old school di New York provano qualche tipo di sentimento positivo. Da bambini giocavano per la strada con gli amici ma combattevano anche l’uno con l’altro senza ragioni. Il passato risiede in loro. Il trauma che hanno subìto ha rafforzato la convinzione che avevano allora di come mandare avanti oggi la loro vita.

Queste osservazioni sono un modo per dare senso ai sopravvissuti dei primi anni dell’hip-hop a New York. Noi vediamo che quella complessità ha generato il bisogno di incontrarsi.

Adesso arriviamo a parlare dei pilastri di cui non si discute mai nella cultura hip-hop. Prima di tutto, per tenere alto lo spirito in circostanze difficili, uno deve avere uno spirito molto forte. Quindi le persone sono sopravvissute grazie ad una forte convinzione-guida. Infine, siccome “fanculo” era il modo di pensare delle gang, allora i club, le fermate dell’autobus, i riformatori, i cortili delle scuole od i centri di comunità venivano visti come rifugio dal territorio della gang ed erano i posti in cui cresceva la cooperazione.

Questo perché la dipendenza dagli altri è sempre considerata un segno di debolezza, praticamente un fallimento del carattere. Al lavoro o nel crescere i propri figli, le nostre istituzioni cercano di promuovere l’autonomia e l’autosufficienza. Da autonomo l’individuo appare libero. Tuttavia, guardiamo in profondità, un uomo che è fiero di non chiedere nessun aiuto appare come un essere umano profondamente danneggiato e la paura dell’inserimento sociale domina la sua vita. “Se possiamo essere a nostro agio con noi stessi, lo possiamo essere anche con altre persone”, scrive Sennett nel suo libro.

Fare jam nei locali è la forma di cooperazione più socievole, ballare nel cerchio è sempre cooperazione e lo può essere anche un battle. La competizione è circondata da cooperazione. All’inizio i partecipanti hanno bisogno di collaborare, di aderire a delle regole. La competizione sana è sempre stimolante.

Per propria natura, la competizione aumenta la resistenza, considerando che chi perde non vuole perdere.

I vincitori devono solo accettare il fatto di lasciare qualcosa a chi perde, perché il totale egoismo non dà la possibilità di nuove opportunità. La competizione dovrebbe accogliere la condivisione di chi perde nel cambio. Tu dovresti volere che il tuo sfidante continui e venga ispirato. Nel mondo del business questo è chiamato “risultato a somma zero”. Se si è disposti a collaborare bisogna rendersi conto se si è degni di farlo, quindi le domande più importanti in genere sono: quanto impegno sono disposto a portare nel gioco?

Quanto penso di esser pronto a sacrificare per tutto questo? Quanto sono altruista, pur rimanendo corretto? Quanto sudore, lacrime posso sopportare e quanta energia posso sprecare?

Se vuoi misurare veramente un impegno, allora devi farlo “in termini di tempo”, a breve o lungo termine. Un impegno a breve termine può distruggere completamente il senso del dovere e di lealtà.

Quanto sei affidabile? Tutti possono abbandonare un impegno, ma questo viene di solito considerato e “moralizzato” come un tradimento ed emotivamente è una grande delusione.

Quante volte qualcuno ti ha dato un appuntamento ma non l’ha mai fatto? Quante volte stavi lavorando su qualcosa ed alla fine qualcuno di importante ha avuto qualcosa di meglio da fare?

Una catena risulta debole anche se lo è solo uno degli anelli di cui è composta.

Se ci guardiamo intorno possiamo scoprire che i più autentici non sono i ballerini più talentuosi, ma quelli che, anche se con meno talento, ci hanno sempre supportato con energia e tempo, non abbandonandoci mai! Sono le persone con le quali abbiamo costruito questa cultura. Non importa se non siamo al vertice perché “l’unione fa la forza”. E considerata anche la questione del “risultato a somma zero” precedentemente discussa, ci rialziamo e riproviamo.

Quando ci si riunisce è importante dare le informazioni delle quali non si è a conoscenza e suggerire più punti di riferimento. Ecco perché anche questa rivista è un buon esempio di tentativo positivo di cooperazione. Continuate così.

Storm

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Categories: Experience, Special

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