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Il 18 luglio scorso, presso L’Alexia Palace di Cesenatico, Street Dance Magazine ha organizzato una conferenza dedicata all’hip hop, con l’obiettivo di fare chiarezza tra i tanti punti di vista, idee e posizioni presenti nella scena mondiale. Dalla notte dei tempi ogni ambito o settore si riunisce per confrontarsi, scambiare idee ed approfondire le varie conoscenze.
L’hip hop non è sempre riuscito a fare questo, lasciando che vedute talvolta fuori luogo prendessero piede senza i giusti crediti. Ascoltarci e comprenderci maggiormente significa sviluppare meglio quello in cui (e per cui) talvolta viviamo.

La presenza dei guests di The Week 2013 era dunque un’occasione imperdibile in tal senso: si andava dall’esperienza e conoscenza di Popin Pete e Storm, alla contemporaneità francese e giapponese di Bruce Ykanji, P Lock e Hiro, continuando con la testimonianza italiana di Scacio, Kris e Denis, fino alle linee centroeuropee di Jake e John, ma soprattutto al grande contributo ed interesse di più di 150 ragazzi, accorsi per portare la loro testimonianza o perplessità.

I temi di partenza sono stati il confine tra real e commerciale, la strana percezione che il bboyin’ sia qualcosa di esterno rispetto all’ hip hop ed il futuro dell’hip hip.

Gli argomenti sono stati approfonditi e dibattuti per più di quattro ore ed è difficile controllare l’entusiasmo e mantenere le linee in maniera salda, dovendo poi gestire il tutto in doppia lingua. Di certo, se dovessimo estrapolare alcuni macroconcetti, di cui fare tesoro, essi sarebbero: finché balli in cantina o nella tua cameretta puoi definirti “real”, nel momento in cui esci e balli davanti a qualcuno, in qualsiasi tipo di show (qualsiasi tipo o genere), non puoi più definirti tale.

L’esporsi vuol dire inserirsi nel sistema dello ShowBiz, per cui – che sia una Jam o un programma Tv di prima serata – sei già condizionato da dinamiche diverse dal real.
La definizione di “underground” risale all’epoca in cui il sindaco di New York aveva proibito qualsiasi forma di ballo per strada e chi voleva ballare era costretto a farlo nei sottoscala o nelle cantine, tenendo la musica ad un volume basso e controllando che la polizia non arrivasse ad arrestare tutti. Questo è il vero “underground”.

Non esistono “eventi real e non real”.
Tutti gli eventi e tutti i ballerini mirano, partendo da una forte passione di base, a campare del proprio lavoro, per cui sarebbe opportuno non parlare di real o di underground.
È più doveroso menzionare chi fa bene una cosa e chi rispetta maggiormente certi principi. Molti eventi vengono definiti commerciali, ma senza molti di questi eventi la condivisione non ci sarebbe, quindi invece di criticare e starsene in disparte, bisognerebbe supportarli.

Chi nel nostro ambiente viene criticato perché partecipa a trasmissioni televisive che non hanno la più pallida idea di cosa sia l’hip hop, dovrebbe essere supportato.

I media sono una potenza a cui tutti inizialmente si devono “piegare”, se si vuole entrare nel giro. L’obbiettivo è esserci, rappresentare il vero e – nel momento in cui si ottiene voce in capitolo – cercare di migliorare le cose, anche a livello mediatico.

Se da un lato resta la soddisfazione di un evento ben riuscito, dall’altro non vogliamo nemmeno nascondere l’amarezza per chi, contattato personalmente da Street Dance Magazine in quanto personaggio di rilievo per la scena, non ha risposto all’invito (anche solo dicendo che non poteva esserci, per i più svariati motivi) o ha chiesto un rimborso spese per presenziare.
La tristezza aumenta se si pensa che molte di queste persone sono quelle che quotidianamente tendono a riempirsi la bocca o ad ergersi a paladini della “cultura” hip hop.

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Categories: Experience, Special

One Response so far.

  1. Storm scrive:

    Dear Streetdance Magazine,
    first of all I love your magazine and I am always very intrigued by reading it with all the issues being discussed.
    I was present at the meeting and would like to turn things a bit different. One thing we all need to understand first of all. Our culture was born through dialogue. The entire talk that day was based on dialogue. Now within dialogue we are not looking for a coherent opinion, but look for the respect of each persons opinion participating. By not writing everbodies opinion and coming up with a conclusion that reflects a compromise the article is not doing justice to those who were there and think different.
    Like I said, you guys do a great job, but also have great responsability, by providing a reality to your readers.
    The article is a compromise of what the author has concluded out of the discussion, that´s why it should be written in his thought and signed by him. What was disccussed doesn´t really fit on three sheets of paper and like stated, it was partially pretty heated. In most of the text I also identify myself, but would have written it different. Maybe it´s also a matter of translation, since I am not able to comprehend Italian. One thing is said, that I cannot leave standing like that, because it causes ressentiment. Towards the end, when it is about TV shows and that people should be supported rather than criticized. A lot of us have worked their entire life for the right respect of our culture in the public eye. If one does TV shows and loses all dignity by succombing to an industry that just wants to exploit that person and our culture for monetary reasons, I look at it just like prostitution. But if I see that it´s ethically and culturally in balance, I can totally dig it.
    Sometimes I guess it is just a little twist in the text and it comes out different.
    Please keep up the good work,
    Storm

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