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Quando e come hai iniziato a ballare?

Credo di aver iniziato quando sono nato, ma prima di avvicinarmi all’hip hop ballavo afro, salsa, zouk e dance hall, perché questi sono gli stili e la musica che si ballano/ascoltano in Martinica, il luogo da cui provengo. Mio padre mi ha sempre fatto ascoltare anche la black music americana, James Brown, BT Express etc.

Verso il 1984, grazie alla tv ed alla gente che viveva a Sarcelles, ho conosciuto lo smurf, il waving, il breakin’ ed il poppin’. Questi sono stati i primi stili, ma sono sempre stato curioso per cui mi sono avvicinato ad altro. Agli inizi ero conosciuto per il mio ‘gioco di gambe’; oggi alcuni dicono che ballo hip hop, altri house, io invece dico che ho sempre cercato di maturare, di crescere in tecnica e nel controllo del corpo. Un processo che richiede molta pazienza. Ballavo nel mio quartiere e nei weekend ballavo nei club; questo era il mio miglior ‘allenamento’. Posso dire che ho lavorato in tutti i settori della danza, non soltanto nel freestyle, anche se il freestyle è sicuramente tra le prime cose che ho fatto, perché è un sentimento naturale, senza aspettative. Di certo tanti anni fa non avrei mai pensato che questo sarebbe stato il mio lavoro.

Com’è stato il tuo arrivo in Italia e l’approccio con la cultura hip hop italiana?

Sono giunto qui dopo aver girato un po’ ovunque, con i Magic Force. Era più o meno il 1998. Poco tempo dopo, Laure Cortellemont mi ha convinto a rimanere in Italia. Si sono sbloccate un po’ di cose, tipo lo spot pubblicitario per la Freddy. Da voi non c’era la stessa cultura hip hop della Francia e non ne capivo il motivo. In generale – anche tra i ballerini e gli artisti – non moltissimi conoscevano l’hip hop, perciò il clima non era molto positivo, anche se qualcosa in ambito lavorativo saltava fuori. Sono sempre stato comunque fiducioso.

Kris poi ha iniziato a portare allo scoperto gente come me facendoci conoscere ai vari staff ed organizzazioni. E’ anche grazie a lui se oggi, guardando indietro fino a pochi anni fa, c’è stato un cambiamento nella street dance italiana. Soltanto a 30 anni sono stato convinto ad iniziare ad insegnare, prima semplicemente non ne avevo voglia.

Oggi tengo lezioni all’Accademia Mas di Milano, vivere stabilmente qui mi rende più semplice integrarmi nel vostro paese. Ecco: un’altra persona importante per la mia integrazione e per la parte legata alla danza è Mattia ‘Cresh’ Crescentini, perché lui ha voluto imparare le cose giuste e perché mi è stato ‘sotto’ in un certo modo, quando ancora non capivo l’importanza di trasmettere e di educare la gente in Italia alla cultura hip hop. Lui è stato capace di ‘svegliarmi’ e di stimolarmi a farlo. Dico grazie a tutto ciò ed a queste persone che mi hanno spinto ad insegnare ed educare su questa cultura, perché in tal modo ho conosciuto e ho visto tante cose, in questi 25 anni di hip hop.

Cosa pensi sia cambiato da allora e cosa invece deve ancora cambiare?

Penso che da allora ci siano stati dei cambiamenti. Se da un lato la nuovissima generazione (10-12 anni) promette molto bene, l’attuale può e deve invece fare ancora uno sforzo per capire che questa è una cultura, che non c’è solo la danza. La musica è la prima cosa. è strano, perché In Italia ci sono molte più scuole di hip hop rispetto alla Francia e tante persone si dicono parte della cultura hip hop, ma io non sono sicuro di questo. Noto delle carenze anche nella musica: non ci sono negozi di dischi specializzati in hip hop, in tv gli artisti hip hop hanno poco spazio, i concerti e i club non funzionano. Bisogna riflettere su questo, per capire le difficoltà nella crescita della cultura hip hop in Italia. Forse bisogna anche cambiare modo di insegnare nelle scuole di danza, perché insegnare non vuol dire organizzare subito coreografie, freestyle e battle. Insegnare a ballare significa per prima cosa far capire come muoversi da soli, come controllare il proprio corpo. Un altro problema di insegnamento è che qui lo stile hip hop sembra più assimilato al fitness. A questo punto mi viene da dire che non devi ballare per forza hip hop se non lo ‘senti’, soltanto perché va di moda. Ci sono tanti altri tipi di ballo.

Che consiglio vuoi dare alle nuove generazioni di ballerini?

Io continuerò ad insegnare ed educare, perché sento che ce n’è bisogno. Lo farò anche tra le critiche, come è normale che avvenga. Penso di avere dimostrato con i fatti che sono riuscito ad insegnare a ballare ovunque ed a tanta gente, senza chiedere niente in cambio. Oggi ballo con passione e felicità, sento ancora il ‘brivido’. Se non lo sentissi più, mi farei qualche domanda.

Prima interessatevi alla musica, in secondo luogo non andate a lezione con la stessa testa con cui andreste a fare ginnastica. Andate a lezione per imparare cose nuove, non cose che già sapete; a questo serve lo studio. Imparate a crescere, prima di pensare ad insegnare. Soprattutto cercate di capire quello che state facendo, il vostro livello attuale, per poter capire di che cosa avete bisogno. Questo significa imparare a studiare.

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