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1-Storm

Come hai cominciato?
Da che mi ricordo ho sempre ballato.
Mia madre mi mostrava alcuni passi di danza, quando avrei dovuto in teoria fare i compiti. Quando avevo 11 anni mia sorella – che ne ha 3 più di me – andava in discoteca e mi portò in un club. C’è da dire che il limite di età per entrare nei club era 16. Lei prestava già attenzione a come ballavo e mi mostrò qualcosa che chiamava ‘re-rock’, che anni dopo scoprii essere il lockin’, anche se lo stile in cui lo ballava non vi si avvicinava nemmeno. Il suo era una sorta di versione ‘slavata’ del lockin’, peggiore di quella di John Travolta. Sono comunque cresciuto in questo contesto, poi ho iniziato a pattinare ed insieme ballavamo sui pattini. Dai roller sono passato allo skateboard. Nel 1983 ho partecipato ad un summercamp con skaters professionisti degli Stati uniti, che si supponeva ci avrebbero insegnato ad andare sullo skate. Purtroppo fu un estate piovosa e non facemmo molto. Ma a quel tempo poppin’ e breakin’ stavano già prendendo piede negli USA per cui ci insegnarono un po’ di breakdance.
Così io ed i miei amici iniziammo ad usare back spin o back slide per ‘camuffare’ le cadute dallo skateboard. Poco tempo dopo iniziai a sentir parlare della cultura hip-hop alla radio, per la prima volta ascoltai uno ‘scratch’ e volli saperne di più. Parlavano di robottin’, di monster e di poppin’, così pensai ‘ecco cosa sto facendo, e tutto questo ha un nome ed è uno stile di danza’. Così iniziai ad allenarmi con altri ragazzi, pochi mesi dopo io ed il mio amico Michael fondammo la nostra prima crew, i Magnificent Bodymechanics. Il nostro manager poi ci chiamò The Break Revolution, decisamente più facile da vendere. Era l’inizio del 1984 quando il teen magazine Bravo indisse il primo Campionato Nazionale Tedesco di Breakdance. Il nostro manager faceva parte del team, quindi quando non eravamo nello showcase dovevamo partecipare. Per questo abbiamo viaggiato molto ed abbiamo imparato velocemente, incontrando tanta gente. Quando il tutto terminò ho semplicemente continuato a viaggiare, avendo tenuto alcuni contatti. Ho mantenuto questo comportamento fino ad oggi, perché se la tua passione è vera, devi viaggiare ed incontrare gente. Chiuderti nella tua stanza sicuramente porterà a sviluppare il tuo style, ma non sarai mai granché ispirato. Inoltre c’è un sempre un momento delle tua vita in cui pensi: perchè lo sto facendo?
In quei momenti il supporto delle persone a cui il cuore batte – e batte nello stesso posto in cui batte a te – ti sarà d’aiuto. Ecco come ho cominciato.

Hai un mentore o qualcuno che ti ha ispirato?
All’inizio prendevamo ispirazione da tutto ciò che arrivava dagli Stati Uniti, che di certo era molto meglio di ciò che facevamo noi. Poi tra la fine del 1984 e l’inizio del 1985 questa spinta si esaurì e l’ultima cosa che abbiamo ricevuto dagli USA è stato lo show dei New York City Breakers, per il compleanno del presidente Reagan in un simpatico costume.
Da quel momento abbiamo iniziato ad essere autonomi, quindi le persone che mi hanno influenzato di più sono quelle del mio vicinato e del circondario.
Ci si influenzava a vicenda. Quello è stato probabilmente il momento più importante per noi, per sviluppare le nostre cose.
Quindi le persone che nella mia vita mi hanno influenzato maggiormente sono Swift Rock e mio fratello Pete, dopo di loro i ragazzi della mia crew, da Maurizio (NextOne, ndr) ad Emilio e Xavier, Nabil e Gabin di Parigi. Poi nel 1991 andai a New York per la prima volta, allora ballavo in una compagnia chiamata GhettOriginal, formata da persone come Ken Swift e Mr Wiggles e Quickstep.
Di quest’ultimo devo dire che tra tutti a New York è stato colui che più mi ha influenzato, poiché vivevamo assieme ed avevamo una mutua relazione, quando si trattava di ballare. Non posso dimenticare quando Mr.Wiggles ed Adesola mi hanno donato il funk feeling, attraverso poppin’ e lockin’. Quando ho iniziato, ballavo sia poppin’ che breakin’, ma non mi piaceva molto il lockin’. Non ero realmente entrato nello stile a quel tempo, ma una volta a New York tutto questo è cambiato. Sono diventato più sicuro. Per il lockin’ devo anche dire che prima degli States sono stato in Svezia, dove ho incontrato Damon Frost ed Anthony, un locker di Londra.
Quindi sono tornato in Germania e ho fondato la mia compagnia di danza, poi sono stato in Giappone per la prima volta. Lì ho conosciuto Whild Cherry, Sakuma e quelli che mi hanno realmente insegnato gli stili poppin’ e lockin’. Già a quel tempo il livello del poppin’ dei giapponesi era incredibile. Per il lockin’ invece preferisco gli inglesi. Nel 1998 sono tornato a New York, lì ho incontrato Jesse J degli Electric Boogaloos e lui è diventato il mio mentore per il poppin’ ed il lockin’. Lui ballava negli L.A City Rockers, i quali ballavano nei video di Janet Jackson. A metà anni ottanta quello era l’unico riferimento che avevamo per il lockin’. Ma non bisogna mai dimenticare di nominare Poppin Pete.

Vuoi lanciare un messaggio per i ballerini giovani?
Le mode hanno sempre fatto parte della nostra danza ed i parametri cambiano in continuazione. Questo significa che, quando ho iniziato a fare breakin’, tutto era concesso e non c’erano né forma né giusto o sbagliato. La forma originale è ancora originale. Ma se qualcuno vi dice: ‘dovete fare questo o quello’ sappiate che si sbaglia. Questo perché, se volete veramente esprimere voi stessi, dovete fare ciò che voi pensiate sia giusto e non quello che pensano gli altri. Non potrete mai accontentare tutti. Vale anche per le donne: ad un uomo ne piace un tipo, ad un altro uomo no.
È molto soggettivo. Più lavori sul tuo ballo, più saprai come vuoi apparire. Più lavori sul tuo stile, più dovresti capire cos’è più giusto per te. Quello a cui dobbiamo guardare è la storia della danza e quando parlo di storia non mi riferisco ai movimenti, ma alla filosofia. Da dove proviene questo stile e perché lo balliamo in questo modo.
La musica viene per prima, poi arriva l’aspetto sociale. Ciò che è rimasto è solo un stile competitivo, che sembra uno sport. Abbiamo perso il tocco artistico.
È solo questione di comunicazione, anche in un battle. In un battle da un lato devi comunicare con il tuo avversario e dall’altro con la giuria. Perché se i giudici non capiscono cosa stai facendo, hai perso.
Che tu sia in un battle od in un cerchio si tratta sempre di jam e di socializzare. Non si tratta di vincere o perdere, ma di ispirarsi a vicenda e contribuire. È importante mostrare che siamo una comunità, che è la musica a muoverci e che ci stiamo divertendo.
La musica ci smuove e ci spingiamo ad un livello non solo di esibizione, ma anche e soprattutto spirituale.
E nella nostra comunità questo lato spirituale si sta perdendo, a causa della competizione. Se siete promoter ed organizzate contest siate sempre sicuri di organizzare anche degli afterparties, dove la gente può condividere liberamente in senso artistico.
Dovremmo guardare al nostro stile come ad una forma d’arte. E l’arte è soggettiva, non si possono dare limiti. Con le differenti mode che stiamo passando, assicuratevi di sapere che tutto ciò che accade ora potrebbe finire molto presto. Perché potreste essere voi a portare qualcosa di extra nel gioco. Potrebbe accadere.
La ragione per cui il nostro stile è così vasto è il contributo. Tutti in questa cultura dovrebbero contribuire. C’è sempre qualcuno che pensa ‘fuori dal coro’ e ci mostra qualcosa di nuovo. Qualsiasi cosa stia succedendo attorno a noi ci influenza: dal più nuovo paio di jeans – baggy o skinny – al più nuovo paio di sneakers. Sono cose che potrebbero cambiare il vostro modo di ballare.
Quello che non dobbiamo dimenticare è che se chiedete a chiunque abbia dato origine ad uno stile il perché l’abbiano fatto, la risposta è sempre la stessa: ‘Volevo essere diverso dagli altri’.

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